Capitolo Sull’Informazione e il sapersi informare bene / 3

marzo 12, 2009

PERCHÉ PROPRIO

UN CAPITOLO?

Ovvero, come dei normalissimi ragazzi arrivano a parlare di informazione.


Cosa spinge una ventina di giovani di due comuni dell’hinterland milanese ad indagare sulle dinami­che con cui l’informazione si crea e si modifica? Com’è possibile, da punti di partenza effimeri e poco saldi, riuscire a raggiungere una conclusione concreta?

Semplice: con un capitolo sulla libertà d’informazione; ma cos’è un capitolo? É un’attività basata sulla discussione e sullo scam­bio di idee e opinioni riferite ad uno specifico fatto o argomento. La scelta del tema di cui il clan Orizzonte avrebbe parlato nasce dalla volontà di approfondire tematiche troppo spesso trattate con superficialità dai mezzi d’informazione e talvolta in maniera non troppo corretta.

L’idea parte da un rapporto del 2004, cu­rato da Freedom House, un’associazione no profit fondata più di sessant’anni fa, secondo cui l’Italia è al 74° posto, ultima tra le nazioni dell’Europa Oc­cidentale, per libertà d’informazione, tanto da es­ser considerata solo “parzialmente libera”: i pro­motori di questa proposta hanno sentito la neces­sità di sensibilizzare gli altri membri del clan su un tema troppo spesso lasciato nell’oblio, anche per reagire ad un sistema informativo che troppo spesso abusa del proprio potere per influenzare gli utenti.

Il clan ha deciso di partire dai fondamenti giuridici dell’informazione e in particolare dalla costituzione, che all’articolo 21 afferma: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il pro­prio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure“. Successi­vamente l’azione si è spostata sul confronto tra diversi quotidiani, per verificare il loro diverso utilizzo da parte dei lettori (che prediligono alcune testate invece che altre) e lo spazio che ogni pub­blicazione riserva per la stessa notizia, notando che le differenze tra i vari articoli sono notevoli.

Successivamente si è scelto di concentrare l’attenzione sulle tre fasi che portano alla crea­zione di una notizia: prendere, manipolare e tra­smettere; la prima privilegia le fonti a stretto con­tatto con l’accaduto, come accade nella cronaca (che interpella vittime, testimoni…), la seconda omette o modifica dettagli fondamentali per la struttura della notizia, allo scopo di alterarne il significato originario, la terza infine fornisce ai fruitori una versione dei fatti non sempre estranea agli interessi di chi la trasmette. Questo lavoro si è svolto durante la route invernale del clan.

Per quanto riguarda il primo di questi am­biti, si è fatto riferimento al già citato articolo 21 della Costituzione e alla Carta dei Doveri del Giornalista per impostare una discussione nella quale è stato possibile ad ognuno esprimere la propria opinione in merito, con molti riferimenti al’attualità. Parlando invece di manipolazione, è stato presentato il caso Monsanto, una multina­zionale leader nella produzione di sementi ogm: prendendo come spunto un esempio tanto signifi­cativo, il clan ha espresso pareri in merito e suc­cessivamente anche dubbi sul ruolo che effettiva­mente dei normali cittadini possano assumere a difesa dell’integrità delle notizie. La parte dedicata alla trasmissione delle notizie invece ha visto ogni rover e scolta direttamente protagonista, immede­simandosi nel giornalista incaricato di scegliere la rilevanza e la localizzazione adatta ad ogni noti­zia, trovandosi di fronte a lanci d’agenzia che spa­ziavano dalla politica estera al gossip. Dopo una breve spiegazione del ruolo dell’ANSA (Agenzia Nazionale Stampa Associata) nelle trasmissione delle informazioni, il clan si è trasformato in una vera e propria redazione giornalistica, incaricata di raccontare un episodio rilevante svoltosi nei giorni della route. In questo modo sono emerse le sensazioni che un giornalista prova nello scrivere.

Il lavoro però non si è fermato qui. Non contenti, questi reporter in erba hanno sentito il bisogno di approfondire ancora le tematiche toc­cate in autonomia con l’ausilio di un esperto nel campo: si tratta di don Davide Milani, responsa­bile dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Diocesi di Milano, al quale abbiamo sotto­posto le domande emerse durante le nostre discus­sioni e chiesto pareri a proposito delle tematiche più spinose. Successivamente, per la parte conclu­siva del lavoro, l’attenzione si è spostata sugli ar­gomenti di maggiore attualità, per osservare come i principi che dovrebbero guidare l’operato di ogni giornalista e contenuti nella Carta dei Doveri sono effettivamente applicati all’atto pratico.

Il clan è passato da una concezione pura­mente teorica dell’informazione, legata agli appro­fondimenti iniziali, ad una che riconosce la possi­bilità di avere un proprio ruolo attivo: non solo informati, ma anche informatori.


Il Clan Orizzonte

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Capitolo Sull’Informazione e il sapersi informare bene / 2

marzo 12, 2009

LE CONCLUSIONI

DEL CAPITOLO

“Una faticaccia, ma ci siamo riusciti!”. Ecco cosa sta alla base dell’azione.


VIMODRONE – “È finito.” L’annuncio lascia la folla sbigottita, meravigliata e attonita. Qualche lacrima commossa riga il volto dei più sensibili ed un velo di tristezza annebbia alcuni sguardi.

Eppure il clima è di festa. Dopo tre mesi di lunghe ricerche ed estenuanti confronti, domenica 8 feb­braio 2009 la commissione esaminatrice, compo­sta dai 19 membri del Clan Orizzonte – Cernusco s/N e Pioltello – ha messo la parola FINE alla sua epopea nel mondo dell’informazione.

Ma è davvero fine?

Le conclusioni non mancano, ma ricordando che “non è strada di chi parte e già vuole arrivare, ma che è la strada di chi parte ed arriva per partire”, sappiamo che queste conclusioni non sono altro che le basi per iniziare un cammino che porti ad una maggiore consapevolezza del significato dell’informazione e del nostro ruolo nei suoi con­fronti.

Per raggiungere gli obiettivi prefissati ci siamo misurati con quattro casi studio: la guerra israelo-palestinese, la crisi finanziaria del 2008, il caso Alitalia, la vicenda di Eluana Englaro.

Dall’analisi condotta sono emersi sia punti co­muni che linee dei pensiero discordanti. Tutti con­cordano sulla mancanza di chiarezza del nostro giornalismo: spesso vengono usati termini tecnici non comprensibili a tutti,o termini ambigui, non solo in ambiti specializzati, ma anche da parte di mezzi che si rivolgono a un pubblico ampio.

Probabilmente questa ambiguità è voluta, per nascondere fatti “scomodi”, per creare nella popolazione determinati stati d’animo, o ancora per favorire la strumentalizzazione delle notizie, specialmente se riguardano problematiche solo di livello nazionale: per questo è difficile trovare in­formazioni imparziali e si rende necessario cer­carle in canali alternativi come internet.

In questo modo però c’è anche la possibi­lità di trovare immagini e informazioni partico­larmente crude che rappresentano momenti di vi­olenza e dolore; basta pensare a quanto ogni giorno arriva dagli scenari di guerra:le foto di morti e feriti rappresentano il lato drammatico de­gli avvenimenti e hanno un forte impatto su chi le osserva.

Così è spontaneo chiedersi se sia oppor­tuno mostrarle, e se si in che occasioni; alcuni in­fatti ritengono necessario individuare appositi momenti, riservati a un pubblico adulto,allo scopo di rendere consapevole chi osserva di quanto ac­cade lontano da noi. Altri invece vorrebbero che anche i bambini fossero messi di fronte alle realtà più dure, per essere educati fin da piccoli alla pace e per potersi confrontare fin da subito con il mondo e i suoi aspetti negativi; bisogna pensare anche alle conseguenze che ciò può avere visto che si ha a che fare con soggetti ancora deboli.

Nonostante le diverse opinioni però alcuni punti sono condivisi,soprattutto la necessità di educare all’informazione (nel caso dei bambini il ruolo spetta ai genitori) per combattere l’abitudine e l’indifferenza che essa genera.

Le opinioni, appunto: nell’informazione spesso sono talmente mescolate alla notizia da non essere facilmente distinguibili; le idee, per modi di esprimerle e contenuti, sono diversissime tra loro. Questo comporta una vasta gamma di toni utiliz­zati dai giornalisti, non sempre però in maniera appropriata: la carta dei doveri dei giornalisti im­pone di non superare limiti del decoro oltre i quali si passa ad offendere gli altri, ma non sempre que­sto accade e la condanna di ciò è unanime.

Non solo certezze, ma anche domande al termine dei lavori: che notizie vuole davvero chi le riceve? Qual è il confine tra opinione e mani­polazione? Le posizioni all’interno del clan, ba­sate sull’osservazione di quanto ogni giorno è sotto i nostri occhi, inizialmente erano molto di­verse e quasi inconciliabili; ma grazie all’intervento esterno di una guida esperta nel campo, si è riusciti a dissipare qualche dubbio e giungere a posizioni meglio definite su questi temi.

Abbiamo così notato come gli strumenti di comunicazione non creano un atteggiamento nelle persone, così come non sono le persone a volere qualcosa di particolare: semplicemente, sentimenti già presenti nell’uomo vengono esaltati in maniera morbosa. La comunicazione è molto emotiva e intende emozionare chi la recepisce; servirebbe dunque un atteggiamento più respon­sabile.

Inoltre, per quanto riguarda un eventuale “confine” tra opinione personale e manipolazione delle notizie, risulta difficile individuarlo in ma­niera precisa: infatti nella notizia è sempre coin­volto chi la riporta, oltre a chi la riceve. Si po­trebbe anzi dire che essa è artificiali, dato che è grazie all’intervento dell’uomo, il quale ricorre a titoli e toni particolari, che un semplice fatto di­venta notizia, ovvero fonte d’interesse per chi la recepisce.

Si può quindi affermare che, per certi aspetti, la notizia vale in base a chi la dà, dato che è proprio il giornalista a dare ad ogni evento il “sapore” che lo rende interessante; ma essa vale anche in base ai titoli di chi la trasmette, dunque al titolo di studio, alle esperienze, o alle compe­tenze? Ha un valore maggiore quando riguarda politica o economia, ovvero tematiche che coin­volgano la collettività, rispetto a quando si occupa delle frivolezze di sport o gossip? Senza dubbio non tutte le notizie sono uguali, dato che soltanto alcune di queste vengono trasmesse e solamente in determinati ambiti: ma si può parlare solo di pochi fatti, tralasciandone altri, nonostante il di­ritto dei cittadini ad essere informati in modo completo e veritiero?

Anche la possibilità per il giornalista di esprimere la propria opinione è fonte di dibattito. Per alcuni il giornalismo dovrebbe essere assolu­tamente oggettivo, mentre secondo altri è ammis­sibile uno spazio riservato al pensiero di chi tra­smette le notizie, tanto da permettere che determi­nati punti di vista, nel caso in cui, con finalità po­sitive, intendano influenzare il pensiero di lettori e spettatori, possano venir espressi liberamente. Manipolare diventa dunque manipolare le per­sone, anche se a fin di bene”.

In altri casi la manipolazione è diretta a trasmettere un messaggio distorto rispetto alla re­altà dei fatti: un simile comportamento è influen­zato da particolari interessi e, a tale proposito, sarà opportuno ricordare che solitamente gli editori dei giornali, essendo contemporaneamente anche im­prenditori o politici, intendono far passare deter­minate idee. Così i giornalisti non riportano i fatti in maniera corretta, a scapito della corretta infor­mazione di chi recepisce; dunque secondo noi è necessario che essi, oltre a ricevere una buona formazione culturale, vengano anche educati ad essere davvero liberi. L’importanza del loro ruolo è notevole, dato che, secondo molti, il giornalismo è il cane da guardia della democrazia, tanto da es­sere considerabile quale quarto potere dello Stato.

Dopo la teoria, i fatti. Misurandosi concre­tamente con la stesura di articoli di gior­nale, anche se riferiti a piccoli eventi legati alle attività scout, è stato possibile immedesimarsi nel giornalista, provando sensazioni ben precise. È emersa la bellezza di un ruolo che permette anche di esprimere le proprie idee, nonché la grande re­sponsabilità connessa a ciò: c’è il rischio di essere guidati soltanto dalle proprie opinioni distorcendo la realtà e occorre fare in modo che ciò non av­venga. È anche importante utilizzare uno stile adatto che permetta di essere oggettivi.

Esaminando poi reciprocamente quanto elaborato, si è visto che criticare risulta più facile (e, per certi aspetti, soddisfacente) che scrivere. Ognuno si trova a confrontare il proprio pensiero con quello di altri e, per tale ragione, è necessario fare in modo che eventuali critiche avanzate al lavoro di altri siano le più oggettive possibili, senza che intervengano ad influenzarle opinioni personali.

Alla fine del capitolo molto è rimasto del lavoro svolto: le notizie dell’attualità sono diventate più chiare; conosciamo quelle che sono le qualità del giornalista e quelle che dovrebbero esserlo; sap­piamo come un semplice fatto diventa una notizia e giunge fino a lettori e spettatori. Soprattutto, ab­biamo imparato cosa significa informarsi: non re­cepire in modo acritico quanto proviene dai me­dia, ma mantenere sempre uno sguardo attento su quanto ci circonda, così da poter rivolgere la no­stra attenzione anche a ciò che altri solitamente trascurano. Un’informazione libera comincia da noi.

Il Clan Orizzonte

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Capitolo Sull’Informazione e il sapersi informare bene / 1

febbraio 18, 2009

BASTA SAPERSI

INFORMARE

Del resto…”Avete ancora la libertà di pensare”


La comunicazione è l’anima dell’uomo.

Nella comunicazione affondano le più profonde radici dello spirito di sopravvivenza, grazie alla comunicazione nascono i rapporti in­terpersonali alla base della società, dalla comuni­cazione e dalla condivisione dei pensieri fiori­scono la più alte espressioni della mente umana.

Per l’uomo, comunicare è vivere.

Ma allo stesso tempo, senza l’uomo la comunicazione non può esistere.

Fatti, emozioni, opinioni cessano di avere signifi­cato in assenza di un mittente e di un destinatario, e da potenziale notizia ogni evento si trasforma in muta parentesi destinata all’immediato oblio. Il significato profondo dell’informazione risiede perciò nel sottrarre al silenzio istanti di tempo e nel prolungarli e propagarli attraverso i pensieri del pubblico che la riceve.

Ma in che modo, durante tutte le tappe che por­tano l’informazione dalla sua fonte all’utente fi­nale, essa cambia? È possibile parlare d’informazione pulita, d’informazione manipo­lata, di libertà d’informazione?

A causa della naturale propensione umana a rielaborare i dati acquisiti, l’alterazione dei contenuti di una notizia è connaturata alla dina­mica stessa della trasmissione dell’informazione; per questo motivo, qualsiasi evento trasmesso da una persona ad un’altra risulterà, in modo più o meno evidente, manipolato.

In tal modo è, per definizione, esclusa l’esistenza di un’informazione “pura”. Ciò non implica però l’impossibilità di stabilire una linea di demarcazione tra “innocua” opinione personale e manipolazione “nociva” su una notizia; il con­fine non sempre è facile da delineare, e molto spesso non possono essere leggi scritte a definirlo: è un compito affidato al buon senso del singolo giornalista o editore, vincolato soltanto da un poco restrittivo codice deontologico.

La necessità di informarsi appare quindi in contrasto con la difficoltà nel procurarsi una fonte non soggetta ad alterazioni; difficoltà che sembra aumentare enormemente in una società nella quale l’informazione è utilizzata come po­tente strumento politico, e nella quale il descritto limite del buon senso è sovente prevaricato da in­teressi economici. L’informazione, nata quindi direttamente dalla capacità umana di pensare e comunicare, assume in certe situazioni il parados­sale ruolo di negare la libertà di pensiero.

Ciò non deve però indurre a pensare che informarsi risulti un’inutile spreco di tempo; per essere cittadino attivo, sia in contesto locale che su scale più vaste e ambiziose, è necessaria la co­noscenza del proprio ambiente (sia esso il quar­tiere, la città, lo Stato o l’intero pianeta), dei suoi abitanti e delle relazioni al suo interno, della sua storia e delle sue prospettive future.

Le fonti d’informazione sono disponibili e molteplici, e mantenendo un vigile senso critico associato al vivo desiderio di acquisire cono­scenze da canali differenti e non soltanto tradizio­nali, è possibile sviluppare una propria opinione personale indipendente.

Mantenere la propria libertà di pensare è un diritto che ciascun uomo deve difendere; come ci ricorda il monito di Giorgio Gaber, “avete an­cora la libertà di pensare”.

Il Clan Orizzonte

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